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Lezioni

 

 

Se la caratteristica linguistica principale delle nuove tecnologie, considerate dal versante della percezione visiva, consiste nella spazialità virtuale, vediamo come tale nuova forma dello spazio figurativo può essere interpretato, dal punto di vista della critica d’arte, e dunque consapevolmente utilizzato come registro comunicativo ed espressivo.

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19 – 1969

 

 

Per capire cosa significa l’espressione “il mondo ridotto ad icona”, occorre rammentare la seconda metà degli anni ’60.

Nella storia recente di questo tormentato occidente, esistono infatti – come sempre – date fatali, anni in cui sembrano addensarsi tutti gli accadimenti che poi sviluppandosi segneranno profondamente l’epoca successiva. Complicate variabili socio-antropologiche o improvvisi quanto casuali (caotici, nel senso in cui il concetto di caos viene inteso dalle teorie della termodinamica) risvegli degli dèi olimpici che reggono i destini del mondo, fanno sì che spesso in pochi mesi avvenga tutto. Una di queste date fatali – così come può essere computata dal calendario gregoriano – fu indubbiamente l’anno millenovecentosessantanove.

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La rivoluzione digitale che sta caratterizzando lo sviluppo delle tecnologie d’uso quotidiano, quelle macchine che sempre più numerose ed economiche ci circondano ed arricchiscono – a dire il vero sempre più qualitativamente oltre che quantitativamente – ciò che i designer chiamano il “parco degli oggetti”, l’insieme insomma delle estensioni “protesiche” del corpo, che negli ultimi anni ha moltiplicato il potere penetrante dei nostri sensi naturali nei confronti del mondo, ha conferito – a tali oggetti – una caratteristica che sembra destinata ad esasperarsi sempre più e che, insieme certamente ad altri fattori, sta contribuendo a causare ciò che taluni definiscono, più o meno letteralmente, “smaterializzazione della realtà”: mi riferisco alla progressiva miniaturizzazione delle componenti elettroniche degli oggetti d’uso, miniaturizzazione che sembra avere come limite estremo soltanto l’effettiva usabilità fisica e fisiologica da parte dell’utente, nella prospettiva di una finale – definitiva – implementazione “organica” nel suo stesso corpo.

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Analizzeremo per concludere il problema del rapporto arte/tecnologia secondo una prospettiva particolarmente interessante, che desumiamo da alcune illuminanti considerazioni dello storico e critico dell’arte Alberto Boatto, così come sono espresse in un suo agile e -come sempre- acutissimo saggio del 19921.

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Mi si consenta, nella sera di questo 1994 così fatale per il nostro Paese e forse per il nostro Mondo 1, di fare alcune digressioni d’ordine sociologico e generale, approfittando dell’opportunità di parlare da questa tribuna privilegiata in quanto laterale e immaginaria, come laterale e immaginaria è l’Arte di cui si occupa. Vorrei parlare della Trasparenza e della Superficialità.

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