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Per capire cosa significa l’espressione “il mondo ridotto ad icona”, occorre rammentare la seconda metà degli anni ’60.

Nella storia recente di questo tormentato occidente, esistono infatti – come sempre – date fatali, anni in cui sembrano addensarsi tutti gli accadimenti che poi sviluppandosi segneranno profondamente l’epoca successiva. Complicate variabili socio-antropologiche o improvvisi quanto casuali (caotici, nel senso in cui il concetto di caos viene inteso dalle teorie della termodinamica) risvegli degli dèi olimpici che reggono i destini del mondo, fanno sì che spesso in pochi mesi avvenga tutto. Una di queste date fatali – così come può essere computata dal calendario gregoriano – fu indubbiamente l’anno millenovecentosessantanove.

Fatale almeno per quanto avrebbe riguardato gli sviluppi futuri delle scienze della comunicazione. L’avvenimento sicuramente più rimarchevole di tutti, si lega all’episodio che i più anziani ricorderanno come uno dei più magici della loro infanzia: il 21 luglio, tre cosmonauti americani posero – per la prima volta nella storia – il piede sulla luna.

Quello dell’ “uomo sulla luna” fu un avvenimento fondamentale, non solo per le scienze cosmonautiche – le quali d’altronde, per motivi forse di disillusione pionieristica che non è il caso qui di approfondire ma sulla quale ritorneremo più avanti, furono presto essenzialmente abbandonate – o culinarie (da quei fantastici viaggi ci derivano infatti le stoviglie in teflon, il materiale che “non fa attaccare” i cibi durante la cottura e che fu sperimentato proprio per proteggere le navicelle spaziali dalle altissime temperature cosmiche), ma per l’impatto emotivo che suscitò grazie alla più grande diretta televisiva di tutti i tempi, la cronaca, in tempo reale, degli spostamenti dell’equipaggio americano di cosmonauti sul suolo del nostro violato satellite.

Chi, ancora fra i più anziani, non ricorda quelle immagini “pixxellate” in bianco e nero che – accompagnate dalle voci degli astronauti, erose dalla distanza cosmica – illuminarono di luce catodica quello scorcio di fine anni sessanta, e che in Italia corrispondeva al periodo delle ferie, quelle ancora non scaglionate, quelle raccontate da Alberto Sordi? Chi, fra coloro che assistettero virtualmente all’evento, non ne ricorda l’atmosfera magica, non tanto per lo straordinario avvenimento che – raccontandolo – la televisione celebrava, quanto per il potere ipnotico che tale avvenimento assumeva, per il fatto di essere moltiplicato sugli schermi televisivi di tutto il pianeta, nella prima grande “diretta” della storia; mondovisione della visione del mondo che, proprio in quel momento, nasceva, attraverso uno “sguardo dal di fuori”, come successivamente fu definito da un altro grande Alberto, Alberto Boatto e che sanciva -tale sguardo – il vero inizio dell’era televisiva, come era della rappresentazione che sostituisce la realtà anzicché descriverla, e che quindi celebrava in sordina il battesimo autentico del villaggio globale appena teorizzato da Marshall McLuhan.

“Su questa terra inquadrata dall’esterno, possiamo posare uno sguardo insolitamente acuto come non mai nel passato: non che cosa è, dobbiamo chiederci, ma piuttosto che cosa è diventata. Un gigantesco objet trouvé sospeso (smarrito?) nei vuoti spazi del cosmo, un oggetto astrale spaesato, con maggior intensità certo di un classico ready-made di Duchamp”1.

E tale oggetto “impertinente” si è via via rimpicciolito, fino ad assumere le dimensioni concettuali di un mappamondo gonfiabile e sgonfiabile a piacere, in definitiva di un’icona.

Il progetto spaziale ha gradualmente – e letteralmente – ridotto il mondo ad icona.

Note
1. Op.cit.
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