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E’ noto come la più importante rivoluzione nel rapporto fra uomo e computer sia stata l’introduzione da parte della Apple della cosiddetta GUI, acronimo di graphic user interface, letteralmente interfaccia utente grafica. Il passaggio nell’uso e nella programmazione dei personal computer dalla primitiva riga di comando verde o bianca su fondo nero, all’attivazione dei comandi attraverso il tocco virtuale della freccetta del mouse su determinate zone attive dello schermo denotate da piccoli disegni chiamate icone, ha segnato non solo la nuova era della programmazione cosiddetta “ad oggetti” – semplificando enormemente in tal modo non solo l’utilizzo ma anche la configurazione della macchina – ma anche la nascita di tutta una nuova, letterale, iconografia elettronica.

All’interno della consolidata metafora della “scrivania virtuale” (il desktop) che è rappresentata sullo schermo dei nostri computer, la logica che guida gli ingegneri delle nuove interfacce grafiche cerca di individuare forme di “dialogo” e di “relazione” fra gli eventi (una finestra che si apre, un pulsante di chiusura) il più naturali – dunque intuitive – possibile. Ma, così come è accaduto ai loro colleghi designer degli oggetti d’uso reali quando si resero conto che le regole dell’ergonomia non erano sufficienti a produrre una “protesi” oggettuale comprensibile, ben presto hanno dovuto cominciare a fare i conti con la “cultura” più che con la “natura”.

In questo panorama abbiamo assistito e assistiamo alla proliferazione di un universo di metafore iconiche – semplicemente, di “icone”- che dal punto di vista antropologico sono indubbiamente dei significativi documenti sociali, fra quelli che la nostra cultura attualmente produce. Questo proprio perché lo studio che porta i produttori di software e di sistemi operativi a decidere quali piccoli simboli sono segno ovvio di determinati eventi, è rivolto alla maggior semplificazione e contemporaneamente alla maggior significatività, tendendo (senza peraltro riuscirci sempre) ad una sintesi che potrebbe agevolmente afferire sia allo stereotipo sia all’archetipo.

Un po’ come è accaduto alla codifica della segnaletica stradale, in particolare a quella sua interessantissima variante costituita dalla genìa di ominidi dal sapore vagamente “egizio” (dato il loro essere spesso sagomati di profilo), che cadono dall’autobus o che corrono rigidi verso l’uscita di un supermarket, che popola i non-luoghi pubblici del nostro spazio urbano, e che lascerebbe  piuttosto perplesso e forse divertito (strani culti religiosi? pitture ex-voto? installazioni d’arte?) un signore Maori che venisse per la prima volta in una delle nostre metropoli.

E quel confine estremo fra archetipo e stereotipo, condizione liminale che caratterizza molte delle produzioni della cultura di massa, emerge nell’icona forse più popolare di tutte, nell’attuale panorama informatico: il disegno, la traccia – ovviamente sintetica – del globo terrestre, più o meno accessoriato di meridiani, paralleli e geoediche.

Ma qual è il significato simbolico di questo piccolo agglomerato di pixel luminosi, così caro a Microsoft e nipote del vecchio globo terraqueo dei telegiornali del passato?

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